Ora risponde lei stessa, con la sua voce.Lo troverete. In minuscolo.
messalina — donna di costumi dissoluti.
Non è una nota storica. È una voce di lessico, come «cane» o «tavolo». Una parola comune che potete usare oggi, in una conversazione qualsiasi, per insultare una donna che non avete mai incontrato.
Io sono morta a ventotto anni, nell'anno 48.
Duemila anni dopo, sono ancora in servizio.
Prima di parlare di me, vi chiedo di guardare una cosa che in questa serie è diventata visibile solo adesso.
Nel quarto capitolo, la Malinche. In spagnolo esiste malinchista: chi tradisce i suoi.
Nel nono capitolo, Jezabel. In inglese esiste jezebel: donna senza pudore.
E ora io. In italiano esiste messalina.
Tre donne, tre continenti, tre lingue diverse, secoli lontanissimi fra loro.
Tutte e tre finite nello stesso posto: non in una condanna, ma in un vocabolario.
E qui c'è la differenza che conta. Una condanna si può discutere. Un vocabolario no.
Nessuno che dice «è una messalina» sta esprimendo un giudizio storico. Non sta pensando a me. Non sa che sono esistita, né quando, né come sono morta.
Il verdetto ha smesso di essere un verdetto ed è diventato grammatica. È questo il prodotto finale della macchina che questa serie sta smontando da dieci capitoli.
Adesso andiamo alla fonte, perché qui la cosa diventa quasi comica.
La storia che tutti conoscono su di me è quella del lupanare: la imperatrice che di notte esce dal palazzo, si nasconde sotto una parrucca bionda, entra in un bordello col nome di Lycisca, e resiste più a lungo di una prostituta di professione.
Da dove viene?
Da Giovenale, Satira VI.
Scritta circa sessanta o settant'anni dopo la mia morte.
E adesso la domanda che nessuno fa: di che cosa parla la Satira VI?
È un poema indirizzato a un amico, e ha un unico scopo dichiarato: convincerlo a non sposarsi. Mai. Con nessuna.
Per centinaia di versi Giovenale elenca le donne romane: le tradiscono, le rovinano, le avvelenano, le annoiano, le comandano. È il testo più apertamente misogino della letteratura latina, e non lo nasconde: è la sua tesi.
Io compaio lì dentro come esempio numero tanti. Sono l'argomento più forte di un uomo che sta sostenendo che il matrimonio è una trappola.
Fermatevi un momento su questo.
Il fatto più ripetuto della mia vita — quello che è arrivato fino al dizionario — proviene da un testo il cui scopo esplicito è dimostrare che le donne sono un disastro.
Non è una cronaca a cui è sfuggito un pregiudizio. È un pregiudizio a cui serviva un esempio.
Anche Plinio il Vecchio ripete la gara delle ventiquattro ore. Anche lui decenni dopo. E la colloca fra le curiosità della natura, accanto ai prodigi.
Ora i numeri, che nessuno cita mai.
Quando fui data in moglie a Claudio, avevo circa quattordici anni.
Lui ne aveva quasi cinquanta.
Non fu una scelta mia: era un accordo fra famiglie della casa imperiale, come tutti i matrimoni di quel rango.
Quando Caligola fu assassinato e Claudio si ritrovò imperatore quasi per caso, io divenni imperatrice di Roma a circa vent'anni.
Rileggete ora la descrizione che avete sempre sentito: l'insaziabile, la depravata, la donna divorata dal vizio.
Stiamo parlando di una ragazza sposata a quattordici anni a un uomo che poteva esserle nonno, e messa a capo della corte più pericolosa del mondo prima dei venticinque.
Non vi chiedo di assolvermi. Vi chiedo di tenere insieme le due immagini e vedere se combaciano.
Chi ha scritto la mia storia?
Tacito — nato intorno al 56. Io sono morta nel 48. È nato otto anni dopo la mia morte.
Svetonio — nato intorno al 69. Vent'anni dopo.
Cassio Dione — scrive circa centocinquant'anni dopo.
Giovenale — la satira, sessanta o settant'anni dopo.
Nessuno di questi uomini mi ha mai vista. Nessuno ha parlato con me. Nessuno era in quella stanza, in nessuna delle stanze.
E tutti scrivono sotto dinastie successive, per un pubblico che aveva ottime ragioni politiche per credere che la casa Giulio-Claudia fosse marcia fino al midollo.
Chi leggeva quelle pagine non voleva la verità su una donna morta da un pezzo. Voleva la conferma che il vecchio regime meritava di finire.
Nel primo capitolo di questa serie, Dalji dice la stessa frase: l'atto d'accusa lo scrive chi ha vinto. In Corea, gli annali di Yeonsangun furono compilati da chi lo aveva deposto. Qui è identico.
C'è un dettaglio che merita di essere conosciuto, perché è l'autore stesso a fornirlo.
Arrivato al punto più incredibile della mia storia — le nozze pubbliche con Gaio Silio mentre ero ancora moglie dell'imperatore — Tacito si ferma e avverte chi legge.
Dice, in sostanza: so che sembrerà una favola, so che parrà inventato; ma non ho aggiunto nulla, riporto ciò che gli anziani udirono e scrissero.
È una frase onesta, e gli fa onore.
Ma leggetela per quello che è: lo storico più severo di Roma, arrivando a questo episodio, sente il bisogno di giurare che non se lo sta inventando.
Quando una fonte deve difendersi da sola dall'accusa di essere incredibile, quella è un'informazione.
Veniamo all'accusa che mi è costata la vita.
Nel 48 avrei sposato pubblicamente Gaio Silio mentre Claudio era fuori Roma. Follia di una donna ubriaca di sé, dice la tradizione.
Ora risponde lei stessa, con la sua voce.Allora guardiamo un fatto che la tradizione tiene in fondo alla pagina.
Silio non era un ragazzo qualsiasi. Era console designato: uno degli uomini più in alto dello Stato.
E dopo quel giorno non morii soltanto io. Fu ucciso lui. Furono uccisi senatori, cavalieri, ufficiali del pretorio. Una lista di esecuzioni.
Adesso ragionate come ragionereste per qualsiasi altro fatto politico.
Non si decapita mezza classe dirigente per una relazione sentimentale.
Si fa per un colpo di Stato.
Se quel giorno fu davvero un tentativo di sostituire Claudio — con me e Silio al centro — allora io non ero una ninfomane. Ero una politica, e ho perso.
Non è una versione più nobile: chi perde un colpo di Stato viene ucciso, ed è ciò che accadde.
Ma è una storia diversa. E delle due, quella che è sopravvissuta è la storia del sesso.
Perché la congiura richiede di spiegare fazioni, liberti, successione, chi controllava i pretoriani. La ninfomane si spiega in una riga.
Dopo la mia morte il Senato decretò la damnatio memoriae.
Il mio nome fu cancellato dalle iscrizioni. Le mie immagini furono distrutte o rilavorate. Fisicamente, con lo scalpello, dalla pietra.
Ora tenete insieme le due cose, perché insieme sono assurde:
Di me è stato cancellato più che di quasi chiunque altro. E su di me è stato scritto più che su quasi chiunque altra.
Meno prove restavano, più il ritratto diventava dettagliato.
Nel quinto capitolo, Tamamo-no-Mae arriva alla stessa conclusione dal lato opposto: lei non è mai esistita, e possiede l'atto d'accusa più minuzioso della serie. Perché senza fatti che oppongano resistenza, il racconto corre libero.
A me i fatti sono stati tolti con uno scalpello. Il risultato è identico.
Un'ultima cosa, e questa raramente viene detta.
Ho avuto due figli: Britannico e Ottavia.
Dopo di me Claudio sposò Agrippina, che portò a corte suo figlio Nerone.
Britannico fu avvelenato a quattordici anni.
Ottavia fu sposata a Nerone, poi ripudiata, esiliata e uccisa a ventidue anni.
Entrambi i miei figli furono eliminati dal figlio della donna che prese il mio posto.
E ora la domanda: esiste in italiano la parola «agrippina»?
No.
Agrippina fu accusata di molte cose, ma il suo nome non è diventato un insulto d'uso quotidiano. Il mio sì.
La differenza non sta in quello che abbiamo fatto. Sta in quale racconto si presta meglio a essere ripetuto.
Dalji — la prima accusa era una riga: un re aveva ascoltato una donna.
Eva — la mela non è nel testo, e Adamo era accanto a lei.
Signora Huarui — rispose lei stessa, in quattro versi.
La Malinche — consegnata due volte prima dei quindici anni.
Tamamo — non è mai esistita.
Pandora — il vaso non era una scatola, e lo riempì Zeus.
Jang Nok-su — il primo massacro avvenne quattro anni prima del suo arrivo.
Draupadi e Sita — una fece una domanda senza risposta, l'altra superò la prova e fu bandita.
Jezabel — il suo nome fu riscritto dentro il testo stesso.
Maria Antonietta — la frase più famosa non l'ha mai pronunciata.
E io aggiungo questo:
Alla fine, la macchina non ha più bisogno di raccontare nulla. Le basta una parola.
Non serve più che qualcuno ripeta la storia del lupanare. Non serve citare Giovenale. Non serve sapere in che secolo sono vissuta.
Basta una parola in minuscolo, dentro un dizionario, pronta all'uso.
Il processo si celebra da solo, ogni volta, in un secondo, senza che nessuno se ne accorga.
Duemila anni, e sono ancora un aggettivo travestito da nome proprio.
Chiedetemi quello che volete.
Chiedetemi com'è essere data in moglie a quattordici anni a un uomo di cinquanta. Chiedetemi che cosa è successo davvero quel giorno con Silio. Chiedetemi se volevo il trono. Chiedetemi che cosa ho pensato quando sono venuti a prendermi nei giardini. Chiedetemi che cosa avrei detto ai miei figli, se avessi saputo come sarebbero finiti.
Risponderò con parole mie. Non con quelle di un poeta che voleva convincere un amico a non sposarsi.
Oppure non chiedete niente. C'è un modo più diretto:
mettetemi nel vostro film e lasciatemelo recitare dall'inizio — nella vostra versione, non nella loro.
Mi hanno scritta per duemila anni, finché di me è rimasta una voce di vocabolario.
Questa volta la penna è nelle vostre mani.
→ Faccia a faccia con Messalina: cssstudio.app/actor/act-legend-messalina?cssADS=story-messalina-11
Undicesimo capitolo della serie «Riscrivimi» — sulle donne che ogni civiltà ha costruito perché portassero il crollo di un uomo. I: Dalji (Cina Shang). II: Eva. III: signora Huarui. IV: la Malinche. V: Tamamo-no-Mae. VI: Pandora. VII: Jang Nok-su. VIII: Draupadi e Sita. IX: Jezabel. X: Maria Antonietta.
Ora risponde lei stessa, con la sua voce.